MANIPOLAZIONE EMOTIVA: conoscerla per difendersi!

Aggiornato il: gen 19

Conosci chi muove le fila del tuo agire?




Ti sei mai chiesto il motivo per cui non riesci proprio a dire di "no" al tuo partner, al tuo capo, ai tuoi familiari e ai tuoi amici anche quando ti chiedono sacrifici e azioni che non ami compiere?

Queste situazioni sono più comuni di quanto crediamo: molto spesso siamo così abituati ad agire per realizzare i desideri altrui che nemmeno ci rendiamo più conto di dove finisce il nostro volere e dove comincia il volere degli altri.

Diciamoci la verità, tutti noi, chi più e chi meno, siamo vittime di vampiri emotivi.

Quando sentiamo parlare di “manipolazione” tendiamo subito, per cultura, a prendere le distanze da un tale concetto, guardiamo ad esso con diffidenza spinti dall’idea dominante che porta a pensare a ciò come a “quel qualcosa capace di ingannarmi al punto tale da farmi fare cose che lucidamente non farei mai”.

Si pensa ad essa come pura espressione di coercizione e mass media, pubblicità, giornali e tv ne sono la rappresentazione più eclatante, capace di influenzare fortemente gusti, mode e tendenze del pubblico. La manipolazione tuttavia non è un fenomeno solo di portata “sociale”, che interessa intere masse, o il frutto di meccanismi messi in atto con dolo da chi se ne avvale con un fine ben preciso; è, anzi, un elemento a tutti noi molto familiare in quanto protagonista indiscusso della nostra quotidianità. La cosa che più stupisce è che purtroppo spesso non ci limitiamo a giocare il ruolo di vittime, come molti di noi credono, ma siamo soprattutto noi i “carnefici” inconsapevoli.

La manipolazione a sfondo emotivo è parte integrante delle nostre giornate: un figlio che fa i capricci e minaccia di urlare a squarciagola qualora non gli si presti attenzione, un partner che impedisce all’altro di seguire i suoi hobby e le sue passioni perchè dedicarsi ad attività alternative significherebbe riservare a lui meno attenzioni, il capo che chiede al dipendente di fare gli straordinari costringendolo a sacrificare il proprio tempo libero…


Chi sono i più bravi "carnefici"?


Se giocare il ruolo di “carnefici inconsapevoli” sembra di non arrecare soffrire in misura significativa, quando ne siamo vittime il senso di disagio prende invece il sopravvento e diventa elemento dominante dei rapporti che intratteniamo quotidianamente.

Se nella savana la preda conosce i suoi predatori, noi, nella nostra giungla quotidiana, sappiamo riconoscere quali sono i nostri?

Siamo abituati a diffidare per indole degli sconosciuti, ma dimentichiamo di guardarci le spalle da chi ci sta più vicino ed è protagonista del nostro quotidiano.

La manipolazione a carattere emotivo è infatti un fenomeno tipicamente (e statisticamente) riscontrabile negli atteggiamenti delle persone a noi più care, dietro la cui maschera di “colui/lei che vuole il nostro bene” si nasconde il “vampiro” più abile in assoluto nel risucchiarci l’energia vitale e lo fa utilizzando denti ben affilati: provocano sensi di colpa, insinuano rammarichi, favoriscono l'accumulo di rabbia e generano sofferenza, tutti aspetti anticamera di autodistruzione.

Non esisterebbero psicologi e figure di supporto se nella sfera familiare di ciascuno di noi vi fosse la capacità di dialogare, di comunicare pacificamente e di ascoltarsi reciprocamente, soddisfacendo spesso molti bisogni.

Esistono molte forme di manipolazione, da quelle più sottili a quelle più evidenti, che definiamo anche come “ricatti emotivi” in quanto trattasi di modalità di comunicazione malsane, inquinate dall’intenzione di colpire laddove esiste un punto debole su cui far leva.   

L’unica arma di difesa a nostra disposizione è purtroppo la sola autoconsapevolezza.

In questo, le Discipline Analogiche di Stefano Benemeglio rappresentano un valido strumento di conoscenza.


Perché "manipoliamo" chi ci sta vicino?


Nei suoi lunghi 50 anni di studi, condotti non solo attraverso l’analisi delle realtà dei clienti che quotidianamente incontra ma soprattutto dagli spunti che la società circostante offre, Stefano Benemeglio, psicologo e ricercatore nel campo della comunicazione, dell'ipnosi e del comportamento, ha avuto modo di analizzare e constatare come un passato familiare caratterizzato da figure genitoriali che erano spesso solite adottare modalità coercitive per convincere i figli a mantenere un determinato atteggiamento, incida notevolmente sul futuro dell’individuo adulto. Ma non solo. L’essere stato protagonista di una realtà tale, o per lo meno esserne stato sensibilizzato, porterà l’individuo ad adottare egli stesso le medesime modalità comunicative nei confronti degli altri o a subirle in prima persona, a seconda del singolo vissuto. Ciò spiegherebbe il perché di legami relazionali basati su forme coercitive, che seppur osservandoli da lontano appaiono come il peggior modello di relazione a cui ciascuno auspicherebbe, sono poi quelli più frequenti e che almeno una volta nella vita ci hanno visti protagonisti in prima persona.

Conoscere i dinamismi che regolano la comunicazione tra persone care è il primo passo verso la consapevolezza e la possibilità di un’autodifesa nei confronti di tutti quei ricatti emotivi, di tutte quelle coercizioni, di tutte quelle forme di comunicazione in cui una parte è vittima di atteggiamenti e comportamenti altrui e l’altra, inevitabilmente, ne è carnefice. 

Una costante degli studi benemegliani è la ricerca delle cause di una situazione di disagio e di sofferenza nel passato dell’individuo, in particolare nel passato genitoriale. Come sopra affermato, sicuramente l’essere stati coinvolti in situazioni familiari in cui uno dei due genitori ha, sotto diverse forme, adottato atteggiamenti coercitivi influisce notevolmente sul quotidiano comportamentale dell’individuo. Ciò si tradurrà nella vita nel timore di essere vittima di coercizioni o di essere colui che si pone in maniera coercitiva nei confronti degli altri e ciò dipende da alcune specifiche variabili, meglio esplicabili citando la teoria benemegliana del “timore dell’emulazione del mito genitoriale”. 

La teoria in questione, recita quanto segue:


Tutto ciò che hai criticato e giudicato negativamente nel genitore del tuo

medesimo sesso temerai per tutta la vita di riscontrarlo in te;

tutto ciò che hai criticato e giudicato negativamente nel genitore del

sesso opposto al tuo temerai per tutta la vita di riscontrarlo nel partner”.


Ciò spiega il perché di alcuni atteggiamenti che, se per comodità di spiegazione vengono spesso definiti “ereditari”, ci accorgiamo essere in realtà frutto di meccanismi emotivi e influenzati da un passato emozionale che ha come protagonisti i modelli genitoriali, i quali, nel bene o nel male, sono poi quelli di riferimento per ciascuno di noi.

A legare gli eventi di oggi con quelli di ieri, come un filo sottile, interviene il fenomeno inconscio dell’analogia, cardine degli studi benemegliani, che spiegherebbe il perchè della presenza di atteggiamenti coercitivi e manipolativi nel presente. Se è vero che un vissuto emotivo che ha conosciuto episodi ricattatori, anche solo in forma subliminale, non si limita ad essere solo parte di una fase della vita limitata nel tempo ma ancora oggi produce i suoi effetti, possiamo allora affermare che è come se questo ricordo emotivo non conoscesse mai amnesia e l'individuo si trovasse a vivere in un "presente costante" che ha inizio nel primo momento in cui egli è entrato in contatto con forme di coercizione e continuerà ad essere attuale fintanto che il filo non viene spezzato. Le conseguenze di questo legame indissolubile si riscontrano quotidianamente, quando, attraverso un meccanismo di coazione a ripetere, ci si trova ad adottare comunque quei comportamenti che sappiamo essere errati (come ad esempio l'espressione di quei difetti che in passato sono stati causa di grande sofferenza ma che oggi manteniamo senza smussarne mai gli angoli) e a coinvolgerci nei confronti di situazioni e persone che presentano le medesime caratteristiche "manipolative" del teatro e dei personaggi protagonisti della fase infantile e adolescenziale (come ad esempio il coinvolgimento nei confronti di un partner che sappiamo essere sbagliato ma i cui connotati continuiamo a ricercare in quelli nuovi e potenziali perché appartenuti ai genitori coercitivi).


Interrompere il meccanismo manipolativo si può, non solo attraverso la consapevolezza del suo perché nella nostra vita, ma soprattutto adottando opportune strategie difensive. Impostare una comunicazione che ci veda protagonisti anziché vittime, fondata sulla conoscenza delle dinamiche emotive dell’altro, è un importante punto di partenza. Sono i piccoli passi a generare il cambiamento, imparare poco per volta a mettere in atto una comunicazione consapevole e che tocchi le giuste corde emotive altrui è, in ogni contesto, la più grande arma di difesa.

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